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Giorgio Finello  

1° Classificata Categoria Racconto Breve

 Concorso Letterario Nazionale Amilcare Solferini 2019

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Basta volerlo

 

Si incontravano il sabato pomeriggio, verso il tramonto. A quell’ora lo studente aveva terminato i compiti per l’indomani e l’accompagnatore turistico si era congedato dal suo gruppo. Non andavano nei locali affollati dai turisti stranieri ma si mischiavano agli avventori di un piccolo caffè, un terrazzino a cui si accedeva salendo tre gradini. Al cameriere allampanato ordinavano due caffè americani che poi sorbivano lentamente, sgranocchiando le arachidi che pescavano da una ciotola di terracotta.

“Hai già preparato la valigia?” chiese la guida accendendo la sigaretta.

“Eh, calma … ancora due giorni di corso, poi due giorni per gli ultimi acquisti e poi si vola.”

“Contento di tornare a casa tua?”

“Sì e no, mi piacerebbe farci un salto, restare qualche giorno e poi ritornare qui ancora un po’.”

“Secondo il mio parere è meglio se rimani a casa,” lasciò cadere la guida con tono sibillino.

“Perché è meglio?”

“Perché qui tra un po’ di tempo comincerà l’inferno, la pentola sta finalmente per scoppiare.”

Lo studente si guardò intorno, come per verificare le parole che aveva appena sentito. La sfera dorata del sole stava scivolando dietro la torre della moschea, il venditore di tè ritornava dal suo giro fischiettando, i passanti si stavano radunando in piccoli gruppi per poi dirigersi alla preghiera serale.

“Eppure mi sembra tutto così pacifico,” cercò di obiettare. “Non me la vedo questa gente imbracciare un fucile per ribellarsi.”

“Quindi, secondo te va tutto bene. In questo mese e mezzo non hai notato qualcosa di strano?” incalzò la guida, scrollando nervosamente la cenere della sigaretta.

“Non sono cieco … ho avuto la conferma che qui, come in altri paesi, la situazione è difficile … e che la cosa migliore per vivere tranquilli è farsi i fatti propri. Ma questo lo sapevo già prima di partire. E poi, in fondo, io sono venuto qui solo per un corso di lingua.”

“E tutto il resto non ti interessa,” rimarcò la guida.

“Non volevo dire proprio questo, però … se anche mi interessasse, cosa potrei fare? Non sono mica … il Segretario delle Nazioni Unite.”

“Ma io penso che non bisogna essere una persona importante per fare qualcosa, magari una piccola cosa. Tutto si può fare, basta avere la volontà.”

“Ad esempio?” chiese lo studente con cautela, come se si sentisse scivolare su un piano inclinato.

“Ad esempio … giovedì … quando prenderai l’aereo … puoi portare una cosa con te,” suggerì la guida mentre schiacciava il mozzicone nel posacenere.

Lo studente non rispose, pescò due noccioline dalla ciotola e se le mise tra i denti, masticando lentamente. Poi bevve un sorso di caffè, si guardò di nuovo intorno e con un sorriso congedò l’ennesimo lustrascarpe che insisteva per occuparsi dei suoi sandali.

“Hai comprato quei cd musicali che ti avevo proposto?” riprese la guida.

“Sì, li ho comprati,” replicò lo studente. “Ma non ho ancora avuto il tempo di ascoltarli. Spero che tu mi abbia consigliato bene.”

“Avrai tutto il tempo per ascoltarli, vedrai che ti piaceranno. Io adesso voglio solo aggiungere un cd alla tua nuova collezione.”

“Cos’è questa novità? Vuoi farmi un regalo?”

“Non proprio così, anzi, è un regalo che tu puoi fare a tutti noi.”

“Quindi un altro cd … che però non contiene musica,” azzardò lo studente.

“No, non contiene musica,” confermò la guida. “Ma è meglio per te non sapere di più. Però è uguale a tutti gli altri, nessuno ci farà caso.”

“E poi?” chiese lo studente con un accento quasi allegro, come se stessero scherzando.

“E poi, quando sarai fuori di qui, ti sarà comunicato l’indirizzo dove consegnarlo.”

“Ah bene, così ci mettiamo a giocare agli agenti segreti … No, guarda, io giovedì me ne voglio andare senza problemi.” E lo studente mostrò il palmo delle mani, come per voler chiudere il discorso.

“Ma non avrai problemi per niente,” ribadì la guida. “A voi non fanno controlli.”

“Senti … sono cose che non mi riguardano, e io non mi voglio inguaiare in faccende strane.”

“Cosa significa inguaiare?” chiese la guida aggrottando la fronte.

“Vuol dire … andare a cercarsi delle grane, mettersi nei pasticci.”

La guida si accese un’altra sigaretta. “Beh certo, per voi è facile stare fuori dai problemi … basta girare la testa dall’altra parte,” ammise a voce bassa, articolando le parole con fatica.

La fresca brezza del tramonto era cessata all’improvviso, le mura della città vecchia parevano avvolte in un sudario di calura. Anche nel piccolo caffè era calato un silenzio appiccicoso, alle loro spalle si sentiva risuonare solo il rumore secco delle tessere sui tavoli da domino.

“Può darsi che tu abbia ragione,” mormorò lo studente. “Però io adesso non lo prendo, ci devo pensare.”

“Pensa, ma ascolta anche cosa ti dice il cuore,” aggiunse la guida con un lieve sorriso. “Per noi sarebbe molto importante.”

“Ci vediamo martedì,” propose lo studente alzandosi dalla sedia.

Allungò la mano per salutare e poi scese i tre gradini. Si incamminò sul lucido selciato con difficoltà, come ricurvo, quasi avesse un sacco di pietre sulle spalle.

 

Risveglio di una città

 

Le vie toccate

dal vento

i palazzi e odore di caffè,

i lampioni senza luce,

un signore che si ferma,

un altro seduto

con i suoi pensieri.

 

 

 

Renzo Brandalise

2° Classificata Categoria Racconto Breve Over Concorso Letterario Nazionale Amilcare Solferini 2019

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Alceste e la sua inseparabile fisarmonica.


Alceste era un uomo piccolo e grassoccio. Il suo viso ,
dominato da un naso aquilino , era segnato da una lunga barba
grigia che si inseriva nella folta capigliatura brizzolata.
Dal giorno in cui l’aveva fatta crescere , non se l’era più
tagliata perché sosteneva , tra una sbuffata di pipa e l’altra,
che era solo una perdita di tempo.
I suoi occhi ,neri e profondi ,erano contornati da un intreccio
di rughe di espressione . Indossava , da sempre, un paio di
pantaloni di spesso velluto marrone che stavano in piedi da soli
,ed erano trattenuti da una cintura di canapa altezza del
ventre ,che era molto pronunciato. In essi Alceste infilava una
spessa camicia di lana, a quadri scozzesi rossi e neri, di cui
arrotolava le maniche fino a gomiti in qualsiasi stagione; le
variazioni termiche per lui erano insignificanti.
Dal taschino sinistro, quando non era saldamente
trattenuta tra i denti , affiorava e faceva bella mostra, una
bellissima pipa della migliore radica Toscana , che aveva
acquistata quella volta che era andato a visitare Firenze.
2
Nel tempo libero si dedicava alla sua amata fisarmonica ,
con centoventi bassi, che era un lascito ereditario dello zio
Asdrubale. dal quale aveva ricevuto i primi insegnamenti.
Non aveva voluto studiare musica perché sosteneva:
<< cosa me ne faccio di tante palline bianche e nere che vanno
su e giù; io ce l’ho nella testa quelle giuste e non ho bisogno di
leggerle su di uno foglio con tante righe e segni, dei quali non
capisco nulla. Tutti i brani musicali che suono, più o meno bene
, li ho sentiti e imparati ascoltandoli alla radio o dagli altri
suonatori; in poche parole suono a “
orecchio “ ,sfruttando la mia attitudine e sensibilità musicali,
anche se limitate.>>
L’affetto per la fisarmonica lo evidenziava mentre la
suonava. Chiudeva gli occhi ed il suo viso assumeva
sembianze mistiche; pareva stesse entrando in un mondo non
governato dai sensi. Il suo repertorio era limitato a tanghi
,valzer, mazurke e polke ,che eseguiva durante le feste da ballo
del paese, nei pranzi dopo i matrimoni e nelle feste di classe,
alle quali partecipava gratuitamente.
Era instancabile: suonava ore e ore con la stessa intensità .
Molto raramente si fermava per bere un bicchiere di vino ,pur
invitato a farlo, perché sosteneva . << Quando si suona bisogna
essere lucidi e senza fumi alcolici in testa ; la musica è una
cosa molta seria . Mancherei di rispetto a lei e alle persone che
mi invitano .>>
3
Ma quando l’impegno era terminato ,Alceste recuperava
tutti i bicchieri che non aveva bevuto durante la prestazione
musicale ; più volte lui, la bicicletta e la fisarmonica
,venivano accompagnati a casa .
Partecipava a tutte le feste paesane dove sfoderava i più bei
brani musicali ballabili e folcloristici, con la maestria di
suonatore provetto .L’ appuntamento fisso con la sua
fisarmonica, era il veglione di capodanno, che si festeggiava
nell’unico albergo del paese, dove ,con il suo strumento,
accompagnava la gente dal vecchio al nuovo anno.
Ogni sera portava la sua fisarmonica nella camera in cui
dormiva e la appoggiava in fondo al letto perché diceva.
<< Se la lascio in cucina i miei nipoti le mettono le mani
dappertutto . Premono tasti di qua e di là , obbligandomi a
sistemarla ogni volta; e faccio una fatica boia.
E’ successo alcune volte e ,da allora, lo strumento lo tengo
sempre vicino a me , perché io dormo con un occhio aperto e
l’altro chiuso. Una volta mi sono trovato, >> raccontava
<< tre tasti della fisarmonica rotti senza sapere chi ringraziare;
ho dovuto smettere di suonare per un mese , perché non riuscivo
a trovare i pezzi di ricambio ,>>
<< Quando vado a lavorare la nascondo in una nicchia
segreta nella stalla , facendo attenzione di non essere visto da
nessuno, altrimenti diventerebbe il segreto di Pulcinella .>>
Per il suo trasporto aveva costruito uno zaino particolare con
pianale , sul quale la appoggiava e la legava con la cintura dei
pantaloni .
4
Come mezzo per spostarsi da un luogo all’altro, utilizzava la
pesante bicicletta da bersagliere, con le ruote piene e i freni a
contro pedale , del nonno Arcadio.
L’aveva usata quando era nei bersaglieri in bicicletta , con
il compito di portare messaggi tra un reparto e l’altro , durante il
secondo conflitto mondiale. Alceste l’aveva trovata ,in
pessime condizioni , sotto alcuni mobili accatastati in soffitta
e ,con la collaborazione dell’amico fabbro, , l’aveva rimessa in
funzione.
Una notte, mentre tornava da una festa da ballo, avvenne
quello che non sarebbe mai dovuto accadere. Stava
percorrendo una ripida discesa quando in curva la bici , sul
fondo stradale ghiacciato , sfuggiva al suo controllo e rotolando
nella scarpata a lato della strada , si fermava contro un grosso
albero di castagno .
Solo la mattina successiva veniva trovato in fin di vita.
Ai suoi soccorritori , con un fil di voce , diceva.
<< Se muoio, vi prego di seppellirmi con la mia fisarmonica
che è l’ unica compagna della mia vita, anche perché vorrei
suonarla nell’aldilà davanti a nostro Signore , che mi ha
concesso il grande dono di suonarla . >>
Dopo aver pronunciate queste accorate parole, chiudeva gli
occhi ed iniziava il suo viaggio lassù dove lo attendeva la più
bella esibizione della sua vita.
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Le ultime volontà di nonno Alceste venivano rispettate e,
assieme al suo adorato strumento ,interamente distrutto,, veniva
sepolto nel cimitero del paese.
Mentre la bara scendeva nel letto di terra fredda e nera,
pareva di sentire il suono della fisarmonica di Alceste quando ,
davanti al suo migliore amico, deceduto in montagna,
aveva suonato l’inno al montanaro: “ Signore delle cime” , che
, certamente, gli permetterà di suonarla anche lassù in Paradiso.
.

 

 

 

 

Padrini Maria Chiara

3° Classificata Categoria Racconto Breve Over Concorso Letterario Nazionale Amilcare Solferini 2019

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Il Viaggio

 

La guerra era appena finita , l’Italia in ginocchio. Nei lampi dei miei primi ricordi, pareti di case  come dopo un terremoto, ma furono le bombe a lasciar appeso il quadro e le piastrelle della cucina. Le vedevo nelle passeggiate con la mamma, quando si andava a trovare gli zii, in via Garibaldi e ci si spingeva fino a piazza Castello.  Guardavo senza comprendere cosa tutto quello rappresentava, il dramma delle vite , la fatica di ricominciare. Mi pareva solo strano che fossero lì e che nessuno riparava o nascondeva.

Queste erano le cose che la premura dei genitori a tenerci lontani dal brutto, dal dolore e dalla miseria non potevano essere nascoste , ma gli occhi dell’infanzia non  comprendevano.

Si cercava di ritornare a una vita cosiddetta normale, anche se sbalestrati e tramortiti dagli eventi e dalle confusioni politiche . I  “grandi”che ci portavano per mano e che guardavamo all’insù, volevano , anche loro, ricollegare i fili della loro storia che cinque anni di follia mondiale, aveva interrotto e fatto passare attraverso qual crogiuolo di pericoli,  paure, allontanamenti, e il pensiero.. chissà se domani ci saremo ancora.

Papà e mamma arrivati per caso in valle nel 39, si sono conosciuti qui. Un anno dopo si sposarono , un anno dopo papà partì soldato e dal fronte seppe che stavo per arrivare io.

Così passata la bufera e ripresa una vita di famiglia, tempo di assestarsi, nel ’47 si ritorna in valle, non più due ma quattro.

Quello sì che era un viaggio, verso quelle lunghe estati , di cui non ricordo neppure se pioveva. Ovvio che pioveva ma la mia memoria ha perso i giorni grigi , resta solo il sole , l’odore dell’erba tagliata, i covoni che si sfasciavano a saltarci dentro, le donne con incredibili mucchi di fieno sulla testa. La caccia alle cavallette , guardare i grandi a giocare a bocce, schizzarci alle fontane, e , grande evento, qualche povero diavolo che cercava di mettere insieme pranzo e cena con qualche spettacolo di “magia” in una stanza che il comune rendeva disponibile dove ora c’è ufficio postale.

Detto che la villeggiatura (che bel nome … ora non si usa più)  allora era di almeno tre mesi, tutto il periodo di vacanze scolastiche, mamma la viveva e organizzava come una specie di trasloco.

La vedevo preparare oltre qualche valigia, un baule di cose  dove dentro metteva non solo abiti e scarpe ma biancheria per camere, cucina, bagno. E le tovaglie per i pasti , incluse quelle “buone” per ricevere amici e parenti nei pomeriggi estivi. Attrezzi per cucinare ed altri oggetti che solo le donne sanno quanto sono indispensabili. E si partiva …

Tutta  quella roba, oltre che alcune persone erano accatastate sul tetto della corriera, quella parte con una piccola ringhiera di contenimento,  detta  l’imperiale. Mio padre si sistemava lì, e di lui vedevo solo le gambe penzolare dal finestrino. Ero sempre un po’ preoccupata che cadesse.

Di Giovanni, mitico autista della corriera, ricordo il fisico asciutto, le rughe profonde quando sorrideva e un braccialetto di cuoio che aveva al polso. Portava su quella barcollante vettura carica di persone e cose con un piglio di lottatore e l’allegria di chi ha le battute pronte. 

Si arrivava su con la polvere delle strade di terra battuta, e rasentando nelle curve , i bordi con fossati , per far fluire l’acqua. Il viaggio verso quell’ Eden che era la mia estate in valle si ripeté per alcuni anni, fino all’ inizio dei cinquanta.  L’ Italia si stava lentamente riprendendo, e anche la nostra vita ne sentì i benefici. Papà decise si farsi la macchina, prese la patente e comprò una FIAT millecento, prima serie, quella con frontale e dietro arrotondato, di un colore verde spento, che se lo facessero ora non venderebbero neppure un ‘ auto, ma allora non si era tanto sofisticati. Quando Giovanni lo seppe incrociandolo sulla strada gli gridò: Signor Padrini io ho sempre una corda sulla corriera … “ Non so se fu malocchio o una divinazione ma a Alice, entrando nella curva che ti fa uscire dal paese, le ruote della 1100 slittarono dentro il fossato.. Ci tirarono fuori , e non Giovanni, per miracolo nessun danno alla macchina, forse un poco all’ orgoglio di mio papà .

Ma che fa, piccolo incidente di viaggio, quel viaggio mai interrotto nella mia vita destinazione Valchiusella, dove le 4 persone di allora sono tutte qui, diversamente … ma ancora insieme. 

 

 

 

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