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Mattonelle Inciampare nella  Cultura

Le Vie dei Poeti a Ceresa di Ribordone

Percorso la via per le Miniere  

14 Settembre 2025

 

Un Ringraziamento speciale a tutta l'associazione Circolo Gran Baita Ceresa, e all'amministrazione comunale di Ribordone , un ringraziamento al presidente dell'associazione Walter Sandretto che si è speso in prima persona per portare  a Ceresa il percorso poetico Le Vie dei Poeti .

 

Il percorso è incentrato sulle Storiche miniere di Ceresa

 

 

 

copertina
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Pubblicazione editoriale 

 

IL paese dei Poeti 

Percorso La via per le miniere

 

IL volume in forma cartacea è 

acquistabile tramite l'associazione Circolo Gran Baita Ceresa

 

 

 

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Inaugurazione 

Il Paese dei Poeti  

Percorso La Via Per le Miniere

 

 

 

 

 

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IL paese dei Poeti 

Percorso Arduinico

 

è entrato a far parte del programma della Giornata delle Miniere

 

 

 

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UNA MINIERA DI RICORDI


 Anni a centinaia, secoli di uomini coraggiosi. 

Infiniti passi nel buio incerto di un tremulo chiarore.

Passaggi di tempo, sempre uguale sempre diverso. 

Immobile nelle striature di rame ferro oro 

Che i nostri Padri hanno scavato.

 Con negli occhi la sola luce di chi aspetta. 

Tra queste aspre e possenti montagne 

i nostri paesi vivono.

 La nostra storia continua

 nella memoria dei posti

 nel ricordo delle persone

 che al paese hanno dato lustro.

 E ancora ne daranno.

 Gente normale 

con nomi diversi ma intenti comuni.

 Gente di una volta. Gente di adesso.

 Viandante, 

quando avrai letto queste parole

 sosta un momento in più. 

A pensare. 

Scoprirai di non essere solo. 

Insieme con te sempre ci sarà qualcuno

 innamorato dei nostri ricordi. 

Noi, Ceresòt.

 

Giovanni Ponzetti 

Geolocalizzazione Stele a Ceresa 

 

 

giovanni-ponzetti

Giovanni Ponzetti 

 

 

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I MIRACOLI


I MIRACOLI Nasciamo dalle speranze dei minatori, Nasciamo dalle promesse alle persone amate, Nasciamo dalla Forza della Vita. 

Siamo i miracoli.

 

Igor Gribaldo

Geolocalizzazione  Mattonella

Ceresa  n° 290

 

 

 

 

LE MINIERE 


LE MINIERE  Intricato 

labirinto Che nasconde i suoi segreti 

Ai coraggiosi avventori

 A caccia di tesori. 

Una pioggia maledetta 

Succhiò il sangue loro 

Per vomitarlo trasformato in oro.

 

 

Marco Actis Piazza

 

 

 

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Geolocalizzazione  Mattonella

Ceresa n° 291

 

 

 

 

il rame


  Il rosso riflesso che ti attrae o viandante 

del grande paiolo appeso al camino. 

È merito mio, del Rame

 nobil metallo cavato dal sasso

 da uomini duri e donne operose

 fui sacro e profano, dalla notte dei tempi

 diedi vita e morte a tutte le genti.

 

 

Carlo Currado 

 

 

 

 

 

 

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Geolocalizzazione  Mattonella

Ceresa  n° 292

 

 

 

 

LE MEMORIE 

 

 I suoni di Varsiriisi, le memorie dei Ceresòt. Si ode ancora lo scalpellìo dei minatori lo scampanìo allegro delle capre il rintocco dal campanile di San Michele lo sbuffare del vento tra i castagni l’ululato dei cani regalato alla luna.

 

Umberto la Marra

 

 

 

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Geolocalizzazione  Mattonella

Ceresa  n° 294

 

 

 

 

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VARSIRIISI

 

VARSIRIISI  Perché le nebbie dei tempi

 Non offuschino la memoria

 Delle nevicate primaverili 

Dei petali di ciliegio. 

Questa è la magia di “Ceresa” 

La Valle dei Ciliegi.

 

Anna Tibaldi

 

 

 

 

 

 

Geolocalizzazione  Mattonella

Ceresa  n° 293

 

 

 

 

LE STREGHE

 

 Le streghe, donne sagge e misteriose, 

donne con sguardi profondi e pungenti. ingiustamente giudicate pericolose. 

Al Pian delle Masche si ritrovano insieme, 

per riti, canti, balli al chiaror della luna

 che magicamente le sostiene.

 

Giorgia Ponsetto

 

 

 

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Geolocalizzazione  Mattonella

Ceresa  n° 295

 

 

 

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I MINATORI 

 

  Seguimmo Loltrelof nel buio. 

Per scintille di luce ramate

 con gli occhi spalancati nel buio

 affamati di luce, respiri affannati. E paura.

 Paura di non poter rivedere più la luce del sole e delle stelle. Perché siamo Minatori. 

 

Gabriella Coda

 

 

 

 

 

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Ceresa  n° 296

 

 

 

 

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IL SANTUARIO DI PRASCONDÙ

 

Ho lasciato che fosse la speranza,

a confortare le ansie e il dolore 

la Madonna infine esaudì le mie preghiere

 e a ricordo e futura memoria 

venne eretto il santuario a ricordare 

a chi confida e crede… si bella Storia.

 

Matteo Gallenca

 

 

 

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Ceresa  n° 297

 

 

 


LE DONNE

 

 

 Il mio uomo è sottoterra e scava. 

Il loro buio diventa il nostro 

quando portiamo ceste di pietre,

 grevi come montagne. Fino al ruscello. 

E lì le accarezziamo quasi fossero le loro mani.

 

 

Laura Roldi 

 

 

 

 

 

 

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Ceresa  n° 299

 

 

 

 

  

Loltrelof

 

 

 

  Parlava di rame, secondo solo all’oro, 

“lassù nasceranno le miniere di Ceresa”. 

Il Canavese divenne montagna vera,

 L’aria più fina la ricompensa più vicina.

 Sferrò il primo colpo sulla roccia. 

 

Franco Tonso

 

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Geolocalizzazione  Mattonella

Ceresa  n° 298

 

 

 

Ribordone, Storia di Miniera Un racconto fantastico Ancorato alla realtà

 

 

 È molto probabile che le storie di miniera in tutto il mondo siano simili, tratteggiando particolari incredibilmente uguali, anche i più insospettati. Sappiamo di miniere circondate da deserti infuocati, miniere perse in gelide terre mai riscaldate dai raggi del sole, miniere appena discoste da mari in tempesta; poi ci sono piccole miniere vicine a poderose montagne, celate da ridenti e amene valli, ricoperte e circondate dai rossi frutti dei ciliegi: queste sono le nostre miniere del comune di Ribordone, anzi per la precisione stiamo parlando di quelle della frazione Ceresa, dette di Varsiriisi vale a dire le miniere della Valle dei Ciliegi posizionate a qualche centinaio di metri più in alto della frazione Ceresa e dalle quali si estraeva soprattutto il rame, in seguito lavorato nelle tante fucine attive a Sparone e in Val Soana dalle quali uscivano manufatti smerciati financo in Liguria, soprattutto a Genova. Ma anche Ceresa diventerà famosa per le sue forge dove si realizzavano strumenti come trapani a mano, tinivlot, e altri utensili preparati durante l'inverno per essere venduti in primavera. Queste nostre miniere sono per lo più senza nome ma una delle più grandi è denominata “Caramia” così come anche, in quella parte di montagna, sono dette una Punta, una Bocchetta e un alpeggio situato presso l’Alpe Oregge: con tutta probabilità si tratta di una trasformazione della locuzione dialettale Ca’ Ramìa ovvero Casa del Rame. Sicuramente abbiamo avuto un periodo in cui, in questa parte di Alto Canavese, era molta l’importanza delle miniere in generale ma, sopra tutte, vi era quella dalla quale si estraeva il rame al punto che, come detto, venne chiamata addirittura Casa del Rame, attribuendo poi questo nome (portatore intrinseco di un Valore) ad altre zone limitrofe, come in una sorta di rivalutazione e arricchimento dei posti legati ai nostri avi. La storia di queste miniere è certamente lunga anche se purtroppo poco documentata, oltre al fatto che sono ben poco conosciute a livello nazionale. I primi dati cartacei ritrovati sulla storia della valle di Ribordone, di Ribordone stesso e dei ribordonesi non sono molto antichi, i primi riferimenti scritti portano la data del ‘300 (con riferimenti a visite pastorali e in seguito alla rivolta dei Tuchini); in merito a Ceresa non ci sono dati storici certi ma è probabile che le prime abitazioni siano state costruite nel corso del ‘500 e a questo proposito ci sono documenti di altre visite pastorali, della metà del ‘600, nella parrocchia di Ribordone che citano la frazione allora denominata Ceresia. Riguardo alle miniere, qui da noi si sa per certo che nel XVI secolo erano attive e che il maggior sfruttamento venne raggiunto nel Settecento e nell’Ottocento per proseguire con intensità decrescente fino ai primi decenni del ventesimo secolo; furono comunque estratte buone quantità di rame che, insieme ad altri mestieri, contribuirono al sostentamento di una comunità divenuta a poco a poco stanziale. In ogni modo non si fa fatica a pensare che insediamenti di antiche stirpi (Celti e Salassi per citarne due) abbiano cominciato a scavare là dove qualche cosa affiorava, forse una pietra diversa tra le pietre, confusa tra la terra ma con uno strano lucore, una lucentezza insolita; chissà se tra quei minatori qualcuno sapeva qualcosa di più del materiale che avrebbe estratto, un materiale già persino citato nella Bibbia, nel libro dell'Esodo, dove si legge come Dio comandasse di fare col rame molte delle suppellettili del Tempio per l'Arca dell'Alleanza; il rame quindi si concede addirittura una veste sacra e sappiamo che la sua storia si perde nei millenni di una umanità da sempre istintivamente intenta a cercare, a scavare e una volta trovato ingegnarsi in modo da trarre il massimo risultato da quelle immani fatiche (ottimizzare si direbbe ai nostri giorni). Gli scavi, all’origine, va da sé che avevano come protagonista un’attrezzatura da far arrossire l’aggettivo rudimentale; per millenni l’uomo non ha avuto altro che pietre per scavare tra le pietre, ma ha utilizzato anche ossa e, finalmente, il ferro.

Dobbiamo però aspettare quasi un secolo dopo la fine del Medio Evo perché si arrivi ad aiutare in modo rilevante il lavoro dell’uomo minatore; è il 1574 e dalle montagne di Schio (la stessa cittadina che per più di un secolo sarà la Manchester italiana) arrivano notizie che un tal Giovanni Battista Martinengo “convenne attendere ad altro esercizio ho abbandonare il paese come fecero molti… questo uomo lavorava con far le sue cave ed a poco a poco cavar fuori la materia come si consuma per ordinario di fare ma con estravagante modo: facendo un piciol foro nel sasso della montagna con la polvere dell'artigliaria già voleva aprire per forza, et spezzare il Monte et così discoprire quello là dentro vi si stava nascosto” così scrive Filippo de Zorzi funzionario minerario della Repubblica di Venezia; questa fu la prima volta, in Europa, che si usò l’esplosivo per aiutare l’uomo a entrare nei segreti della terra. E ora torniamo per un momento dalle nostre parti, nella Valle dei Ciliegi con una piccola perla suggerita proprio dal nome di questa valle in merito alla complessa tecnologia e tecnica per lavorazione dei metalli dove per la tempra del rame si prevede, e si prevedeva già da una decina di secoli prima di Cristo, che la temperatura debba raggiungere il valore di circa 500 gradi Celsius, e si identificava, allora come adesso, pensate, con un bel colore… Rosso Ciliegia. (…giusto per non uscire dal seminato della nostra valle!). Il Rame: mi permetto una breve digressione sul nome di questo metallo che è metallo nobile e con notevoli caratteristiche di duttilità: una qualità che troviamo anche nel suo etimo, concedendo anagrammi che fanno pensare: il MARE con le sue infinite misteriose e vitali distese di acqua; l’ERMA, il portafortuna, è il pilastro con testa umana barbata simbolo di protezione sia della proprietà sia dei viandanti; e che dire della REMA che è il flusso e riflusso periodico tra Ionio e Tirreno nello stretto di Messina; e ancora il REMA che è la parte del discorso che tratta del tema di cui si discute. Per non farci mancare nulla ecco sbucare l’uomo d’ARME che ahimè continua a non trarre nessun insegnamento dalla storia che ha sempre visto scavare materiale per forgiare elmi e paioli, due 12 Ribordone manufatti accomunati da una incredibile tragica lianza. In tutto il mondo dentro ai cunicoli, scavati da immani e disumane fatiche, gli uomini hanno avuto compagno silente il buio e da questo buio sono nate figure fantasiose reclamate a protezione, aiuto e conforto. Dentro a un promontorio del Galles battuto dai marosi del Mare d’Irlanda vi erano le grandi miniere di rame della cittadina di Llandudno, le Great Orme Mines, profonde fino a 200 metri e ora in disuso ma visitabili seduti su un trenino elettrico che porta i turisti fin nelle viscere della terra; erano già attive oltre un paio di millenni prima dell’avvento di Cristo e anche qui all’inizio gli scavi avvenivano con pietre ma anche con ossa di animali e forse per questo a volte agli uomini pareva di sentire respiri vicini. Però anche alle donne succedeva a volte di non sentirsi completamente sole nonostante la forzata solitudine cui erano costrette nelle interminabili e logoranti attese del ritorno dei loro uomini; i racconti passano di bocca in bocca, di secolo in secolo: “sono sicura di avere sentito una carezza leggera sfiorarmi anche se Sapevo bene che il mio uomo è là sotto e attorno a me non vedevo nessuno” ecco il pensiero tramandato da miniera in miniera, da donna a donna, da anime ad altre anime, senza interruzione. Quando poi gli scavi procedevano andando più in profondità, ai minatori cominciarono ad accadere fatti strani, fenomeni inspiegabili se non con qualche concessione al mondo dell’ignoto; in quelle miniere pare vi fossero piccoli esseri di indole buona che si palesavano soltanto ai minatori e solamente in particolari occasioni; ma non solo: ogni tanto a qualcuno succedeva anche di sentire voci femminili aggraziate e gentili e qui la memoria del narratore (uomini veri uomini duri) cercava giustificazioni… “voi che mi ascoltate e non mi credete… lì non c’eravate! Ma è proprio così, è proprio così, che possa morire fulminato qui adesso se dico il falso!” queste due testimonianze sono solo una minima parte di quelle raccolte, durante i miei viaggi di lavoro, nei fumosi Pub di Chester dove non è mai mancata birra whisky e fantasia. Perché, come detto, le storie di miniera di tutto il mondo hanno un comune denominatore oltre al buio, alla fatica e il costante pericolo, ed è una strana, bizzarra e sicuramente anche disperata fantasia di quegli uomini intenti a scavare la montagna; nessuno di loro conosce i passi che li hanno preceduti ma tutti conoscono molto bene il tremendo bisogno di sapere di non essere soli in quel buio innaturale, fermo di una inquietante immobilità. Soprattutto quando il lume si spegne e i tuoi compagni non li hai vicini. E allora è in quei momenti che cerchi qualche passo amico, ti aggrappi a una voce nell’oscurità e all’improvviso, e più ferocemente di altre volte, pensi a tutto il bello che sotto il sole splende appena più su, appena fuori, al pezzo della tua vita lasciato alle spalle al mattino presto e rivisto solamente sei lune dopo… tanti erano i giorni scontati alla buia luce della terra per averne finalmente uno alla luce del sole. Questo è il debito da pagare alla voglia innata dell’uomo di cercare, cercare sempre, cercare qualsiasi cosa senza soluzione di continuità… da millenni, da sempre. Qui da noi, poco più di dieci secoli or sono (1015) moriva re Arduino e contemporaneamente ne cominciava il Mito, un Mito che sembra sempre in procinto di estinguersi ma in realtà è come il fuoco sotto la brace, basta un niente e tutto ritorna: peraltro, come non ricordare che non distante da Ribordone vi era il castello di Pertica appartenuto proprio a re Arduino e dal quale sembra partisse un passaggio sotterraneo che lo collegava alla Rocca di Sparone, la Sua Rocca. Ed ecco che, in una sorta di inconscia continuazione mitologica, cinquecento anni dopo la scomparsa di Arduino, sulle colline di questa parte di Canavese, che orgogliosamente gli abitanti chiamano Montagne, sta succedendo qualcosa di nuovo partendo da basi antiche, infatti Cuorgnè e Sparone continuano ad essere centri importanti di riferimento per commerci: con la sua Rocca, il mito Arduino attrae ancora e lo scambio di merci, di conoscenze umane e di passaggi di anime cominciano a diventare sempre più importanti perdendo la prima timidezza; la Galisia è lontana ma non poi così tanto e genti italiane, francesi, tedesche e altre da chissà dove, sono pronte a scambiare qualsiasi cosa purché qualcosa da barattare ci sia. 

Ferri e cibo e mercanzie di tutti i generi, ferri per la guerra e cibo per guerreggiare meglio. Ed ecco che un giorno a Cuorgnè in piazza Croce del Borgo (l’attuale Piazza Boetto) tra l’ordinata confusione della varia umanità intenta a commerciare, si intravvede la figura di un uomo che nessuno aveva mai notato prima, forse anche per la sua statura che è di almeno due spanne più piccola della persona più piccola di quella piazza. È un uomo diverso e non solo per come appariva. C’era chi lo aveva già sentito parlare e discutere. Qualcuno lo diceva saggio. “se si vuole fare del lavoro nuovo, faticoso ma che dia qualche soddisfazione, bisogna andare più in su e cercare scavando là dove altre genti molto tempo fa scavarono – dice l’uomo – trovando quello che so che anche adesso servirebbe”. Chi ha parlato è l’uomo piccolo, basso di statura, minuto ma ben proporzionato, con mani dure e mente acuta; viene da lontano, nessuno sa da dove: qualcuno azzarda dal Granducato di Toscana, dove ci sono monti metalliferi, altri dalle montagne venete, altri dalla Gallia, altri tacciono e osservano. L’uomo dice di chiamarsi Loltrelof, e di essere parte di una grande famiglia di minatori di un paese molto lontano da qui, su al nord; non si separa mai da uno strano attrezzo che pare un piccone, anzi è un piccone ma, adeguato alle fattezze dell’uomo, somiglia più che altro a un giocattolo per bambini. Loltrelof dice che bisogna andare ancora più in alto di Cuorgnè e Sparone, si deve arrivare fino alle montagne di un borgo chiamato Ribordone poi salire ancora e arrivare dentro la montagna scavando, perché è lì dentro che c'è quello che serve; fa notare anche che quei posti sono incredibilmente e magicamente immersi tra migliaia di alberi, e che con il legno di quegli alberi si potranno costruire abitazioni. E le case serviranno per chi vorrà andare con lui a cercare quello che adesso non c'è ma che ci sarà. “Dove andremo è un piccolo posto ma se ci sbrighiamo lo facciamo diventare più grande e anche proficuo tanto da essere ricordato a memoria d'uomo… le chiameranno le miniere di Ceresa, perché sorgerà una frazione sopra la piccola valle dei ciliegi… che ora non c’è ancora ma che ci sarà… questo capiterà”. Poi continua dicendo altre cose difficili da capire, facili da scambiare per farneticazioni. “Bisogna andare subito finché il tempo è ancora mite perché fra non molte lune prenderà a fare molto più freddo e tante cose cambieranno in cielo, per molti anni, forse centinaia di anni” Sapeva parlare bene quell’uomo, bene e convincente. Nei dintorni di Cuorgnè e Sparone erano rimasti uomini d'arme che però si erano assai ammorbiditi e si accompagnavano a donne che avevano cambiato loro la vita, donne che non volevano niente altro che pace e lavoro e sicurezza, a ogni costo; chi meglio di un soldato poteva dare sicurezza: bastava parlare a questi uomini soldati, simili ad altri uomini e uguali nei pensieri in fondo, anche se uomini d'arme. Le donne si riunirono e decisero; si formarono gruppi e famiglie e si prepararono. Andarono a chiamare il piccolo uomo saggio e vollero ascoltare bene quello che diceva a proposito delle montagne, su quello che, secondo lui, c'era dentro alle pietre di quelle montagne. L’uomo ricominciò a parlare, dava la sensazione di uno che sapesse molto bene cosa dovesse spiegare, come se tante fossero le cose che sapeva di dover dire; parlava di ferro, del normalissimo ferro che di sicuro c'è, diceva, ma poi cominciò a raccontare di un materiale assai diverso e per certi versi più importante, chiamato rame. “Il rame è un materiale pregiato che solo all’oro è secondo”; prese a raccontare di Genova e di distese d'acqua delle quali non si vedeva la fine e su quell'acqua navigavano navigli carichi di ogni sorta di materiali “perché Genova è già la meta e la partenza di molti commerci e commercianti che vendono e comprano di tutto e gli oggetti di rame, attrezzi per lavorare il legno, utensili dei più svariati, e poi mestoli e paioli, hanno sempre un ottimo mercato e tanto ne avranno ancora”. Detto questo e poco altro ancora, buona parte degli astanti si convinse: uomini e donne insieme con Loltrelof si incamminarono verso le montagne di Ribordone. Le cronache, riguardo a Ribordone, riportano notizie fin dalla metà del XIV secolo ma delle miniere e del loro utilizzo i primi fatti a conoscenza sono datati un paio di centinaia di anni dopo e quindi arriviamo nel XVI secolo; sappiamo anche che il maggior sfruttamento si raggiunse nel Settecento e nell’Ottocento per proseguire, con intensità decrescente, fino ai primi decenni del ventesimo secolo. Le miniere, siano esse a cielo aperto o scavate dentro la montagna, sono scavate da uomini che con incredibile coraggio, sarebbe meglio dire disperato coraggio, e armati all’inizio con niente altro che miseri attrezzi, si procuravano da vivere con fatiche al limite del comprensibile. Poi, come già detto, nella seconda metà del XVI secolo arrivò in aiuto la Polvere Nera che i ricercatori perfezionarono (!) fino ad arrivare a Nobel e alla sua dinamite. Loltrelof e il suo gruppo sono finalmente arrivati a destinazione facendosi largo tra fitte boscaglie, qualcuno tra loro tiene un rudimentale calendario: è pressappoco la prima metà del millecinquecento; altri uomini da altre parti del mondo hanno già scoperto le Americhe ma questa è storia lontana. Noi siamo in Canavese, al tempo Canavisii che, da non dimenticare mai, si era già dotato di Statuti proprii. I nostri uomini cominciano a scavare dentro le montagne canavesane e proprio Loltrelof è sempre in prima fila e lavora con energia che pare inesauribile; alterna alacre lavoro a soste in cui sparisce e nessuno riesce mai a capire dove va, ma poi eccolo che ritorna e ricomincia, qualcuno dice c’erano dei momenti in cui di lui si vedeva soltanto il suo piccolo attrezzo… e del piccolo uomo non vi era traccia alcuna… Comunque sia gli improvvisati minatori lavorano senza sosta, i colpi di piccone si susseguono a migliaia nel ventre della montagna mentre all’esterno, tra i boschi e i pianori, succedono cose notturne che hanno le sembianze di stregonerie o presunte tali. Il Pian delle Masche è sempre attivo e presenta caratteristiche simili in qualsiasi parte del mondo dove vi siano uomini donne bambini e animali e Ribordone, le sue montagne e le sue valli non fanno eccezione; ma ci sono anche momenti sia per i miracoli e sia per ringraziare chi ha operato il miracolo ovvero, nel nostro caso, la Madonna Di Loreto; il 27 agosto del 1619 a Giovannino Berardi, un giovane ribordonese, apparve la Madonna chiedendogli di espletare il voto tempo prima promesso dal padre di Giovannino affinché il figlio riacquistasse la vista; infatti, sulla via del ritorno dal pellegrinaggio da Loreto, in corrispondenza di un pilone votivo Giovannino riacquistò la parola. Un anno dopo la promessa del voto da parte del padre fu mantenuta. Risale al 1620 il primo fabbricato, una chiesetta dedicata alla Madonna di Loreto, che purtroppo venne abbattuta da una valanga e nel 1659 si iniziò la nuova costruzione scegliendo un posto diverso, cioè in località Prascondù; la chiesa assunse il titolo di “Santuario”, ed è ancora lì da ammirare in tutta la sua semplice, raccolta bellezza; nel santuario, tra l’altro, è custodita una seicentesca icona in legno con l’immagine della Madonna di Loreto. La festa religiosa dedicata al Santuario si tiene il 27 agosto ed è una ricorrenza molto sentita e partecipata: sono incredibilmente numerosi i pellegrini che giungono anche da molto lontano per onorare questo momento certamente di devozione ma al quale si unisce il godimento della pace e tranquillità che la purezza dei posti rendono indimenticabili, lasciando a ognuno una indelebile impronta di mistica appartenenza. Intanto il tempo continua a fare il proprio mestiere e ormai sono passati quasi due secoli da quando gli uomini al seguito di Loltrelof iniziarono a scavare e ora sono i loro discendenti e altra gente venuta da lontano, a proseguire la ricerca di metalli nascosti dal tempo tra le pietre della montagna. È questo all’incirca il periodo in cui Santa Madre Chiesa affida i minatori alla benevolenza e alla protezione di una martire: Santa Barbara; saranno molte le donne a vedere in questa novità un segno di aiuto anche per il loro lavoro che non è quello di picconare le pietre ma è la fatica di maneggiare il materiale portandolo, a pesanti ceste, vicino ai ruscelli per lavarne via i detriti: anche il trasporto del minerale era solitamente eseguito a mano perché non vi erano gru o trattori e gli animali erano più che altro mucche e capre che ad altro servivano. Una curiosità: le memorie, orali, scritte e poi fotografiche, riportano come all’ingresso di numerose miniere delle nostre Alpi fosse posta una statuetta della Santa, solitamente vestita di colori sgargianti, un inno alla vita sempre e comunque. Da noi gli scavi continuano, dalle miniere si estraggono buone quantità di rame, non molto in verità, però comunque sufficiente alla bisogna; non vi è più nessun Loltrelof, di sicuro non l’originale… ovviamente, o almeno nessun umano non ne ha mai più visto l’esile figura; di lui si tramandano solamente pochi, fiochi ricordi e uno sgualcito brandello di stoffa con una breve frase “per sempre insieme ai minatori” la memoria tramanda anche che piantava tutti i giorni piccoli germogli di una pianta da frutti rossi: il ciliegio. Come avesse voluto ricordare a tutti il momento e il posto in cui si trovavano a vivere tramite il frutto della pianta, le cigliege, portatrici di un simbolo mistico simile a Giano Bifronte: Vita e Morte, Bellezza e Violenza. Poi Loltrelof sparì del tutto… alla vista degli umani. Il XVII secolo segna il timido inizio dell’industrializzazione e nel mondo comincia il cambio dei valori; si deve produrre e tutto viene incrementato, lavoro dei minatori incluso. Però prima che tutto diventi industria passerà ancora tempo, con gli uomini a scavare e le donne a trasportare e lavare, oltre ad accudire in casa; e tutti a essere in compagnia di storie che parlano di masche, di spiriti folletti, di inconfessabili movimenti intravisti ora nelle buie gallerie ora negli spazi aperti dove le donne (repetita iuvant) più che faticosamente portavano, lavavano e setacciavano tonnellate di materiale. Sono storie, come detto, che fanno parte della vita di miniera; poi, in particolare dopo che una donna fatta Santa fu designata a protezione, ecco che persino alle donne parve a volte di avere a fianco una presenza amica, o comunque qualcosa di insolito e difficilmente spiegabile, che sembrava venire in aiuto proprio nei momenti più duri. I racconti e le storie tramandate sono più che altro tenebrose e condite di fantasia che a volte sembrava esagerata ma probabilmente era anche un modo per esorcizzare un ignoto buio che ancora più scuro era nelle viscere delle montagne: nessuna corrente elettrica, nessun interruttore da girare per fare luce, solo torce più fumose che illuminanti; nel mondo esterno le cose cambiavano, certo, ma tutto era indissolubilmente legato alla luna piena di notte e al sole di giorno, sto c’era e la vita era regolata e legata prima di tutto a queste due realtà; e allora ci si riuniva per raccontare e raccontare ancora, fino a esaurire la fantasia che immancabilmente tornava a una sorta di punto iniziale. Le storie al femminile avevano un comune denominatore, le Streghe: si conta di un giovane della Val Soana che a Genova, dopo la fruttuosa vendita di paioli e utensili fatti del rame estratto dalle miniere di Ceresa e forgiato a Sparone, sostasse in un’osteria e mentre sorseggiava un bicchiere di vino fu avvicinato da una donna avanti in età con un viso scarno e sguardo pungente che gli disse: “io ti conosco, io vengo sovente dalle tue parti con le mie amiche… in quello che voi chiamate Pian delle Masche… e ci troviamo proprio poco sopra la vostra bella chiesa.” Va da sé che la donna era una strega e il ritrovo era quello ora chiamato il pianoro delle streghe, una spianata di forma stranamente circolare, posizionata sulla cresta che unisce Cima Rosta a Cima Loit, tra il Vallone di Guaria e la conca sovrastante il santuario di Prascondù, come dire: una perla incastonata tra la selvaggia bellezza delle montagne. Dentro la montagna invece era tutt’altra cosa perché di bellezza da godere ce n’era assai poca, in compenso c’era sempre troppa fatica, impensabile ai tempi attuali. Le gallerie scavate hanno quasi tutte un andamento orizzontale, lunghe a volte centinaia di metri ma alcune invece brevi e sono il risultato di tentativi falliti. In queste nostre miniere è il rame a farla da padrone, si scava senza sosta aiutati in seguito anche dagli esplosivi, gli scavi e quindi le miniere diventano più professionali, assumendo pian piano una connotazione industriale. Una memoria ci tramanda questa frase, bellissima e terribile: “Sembra incredibile che gli esseri umani potessero costringere sé stessi a scavare in luoghi così impervi e remoti”. Ho scritto che “bellezza da godere ce n’era assai poca” perché il minatore stava lì per scavare e rimediare il pane quotidiano e credo che tutto fosse concentrato in questo; ma ora che le miniere sono diventate luoghi di turistica memoria si scoprono al loro interno preziosità impensate e a volte con stranezze un poco inquietanti come racconta Anna, una turista esperta di fotografia: “dopo alcuni passaggi stretti vado a cozzare con la testa in un'apertura piuttosto bassa e… per niente morbida. Ho visto le stelle, come si dice, ma qui viene il bello perché alzando gli occhi sulla cavità vedo un soffitto meraviglioso e rimango a bocca aperta. Se prima era tutto buio ora veramente vedo un luccichio come di stelle. Infatti, il soffitto è quasi tutto coperto di accrescimenti di cristalli di quarzo e pirite luccicanti, calcite bianca con striature colorate di ferro. E intanto io scatto molte fotografie, con il flash ovviamente, ma di foto non è uscita neanche una. Riprovo alla luce del sole e la macchina funziona regolarmente. Che cosa sarà stata questa anomalia? Le Masche o qualche Celto o Folletto o Troll o Elfo che non volevano farsi riconoscere? Chi lo sa, ma a me questo è successo” Non è pensabile che nessuno di quegli uomini curvi di fatica e disperazione non abbia mai sentito muovere un pezzo di buio, e che la fantasia non abbia mai prodotto niente più che rancorose parole. E qui potrebbe entrare in gioco il piccolo, minuto uomo chiamato Loltrelof, l’eterno elfo, il troll di tutti i boschi del mondo trasformato questa volta in un piccolo mineur e tramandato da qualche memoria come il Minor o, meglio, i Minor, che in qualche modo ebbero una parte nel mondo buio della miniera di Ceresa. E ancora: dedichiamo un pensiero a Loltrelof, l’eterno elfo, il troll di tutti i boschi per aver dato inizio, forse, alla Valle dei Ciliegi e non credo sia un’offesa per nessuno pensare a un poco di magia anche qui, in quella che orgogliosamente è chiamata Varsiriisi. La valorizzazione di questi luoghi ha come protagonista il Circolo Gran Baita Marco Ceresa, inaugurato nel 1968 e intitolato a Marco Ceresa, nato in questa frazione; purtroppo morì giovane lasciando la moglie Ernesta con tre figli in tenera età; dopo anni difficilissimi ciascuno ha trovato la propria strada e per la parte lavorativa è stato soprattutto Aurelio a diventare grande imprenditore insieme al fratello Emilio e al socio e amico Leandro Barone. Ha fondato un'azienda, l’ITCA, a Grugliasco, una realtà produttiva che negli anni 70 contava diversi stabilimenti in Italia all'estero nel settore automobilistico in quei tempi al massimo del suo splendore. Aurelio divenne così importante da intrattenere rapporti personali con Enzo Ferrari e Gianni Agnelli. Ricevette l’onorificenza di Cavaliere del Lavoro. Un’emanazione della ITCA, la ILCAS, fondata a Sparone, per decenni diede lavoro a centinaia di persone in queste Valli. Costruì anche un grande e importante stabilimento a Cassino dove, incredibile ma vero, nel 1993 io lavorai tre mesi per installare una sofisticata (per quei tempi) automazione che asserviva una grande pressa adibita allo stampaggio di parti di automobili. Un periodo che ricordo con molto piacere. Tornando a Ceresa, nel 1967 i due fratelli fecero costruire due campi da bocce a cui è seguito l’edificio che ospita il Circolo Marco Ceresa dedicata al papà e in seguito Aurelio vi ha aggiunto anche un nuovo locale da adibire a salone pranzi cene spettacoli teatrali. Nel 1989 muore Emilio e un anno dopo anche Aurelio lascia per sempre Varsiriisi (il corpo sì ma sicuramente non la sua Anima). Va ricordato peraltro come lo spirito imprenditoriale continui con il nipote di Aurelio, Aurelio anche lui, che sviluppa e progredisce l'alpeggio che il nonno aveva fatto ristrutturare ai piedi Del Monte Colombo presso l'Alpe Regge dove Aurelio prepara tome e formaggi tipici della nostra valle: prodotti che hanno ottenuto il marchio di qualità Gran Paradiso. Non dimentichiamo gli ex presidenti del Circolo, Carlo Verlucca Frisaglia ed Eraldo Ceresa, quest’ultimo un orgoglioso e appassionato cantore degli usi e costumi di Varsiriisi. Ho avuto il piacere di ascoltarlo e ho visto in lui una vera dedizione, una passione per i suoi posti. Attualmente il presidente è Walter Sandretto, dinamico sindaco di Valperga. L'edificio di Aurelio Ceresa è stato un punto di ritrovo durante i festeggiamenti di Sant’Anna, protettrice della borgata, il due di agosto: gare di bocce, carte, pranzi conviviali, serate danzanti e rassegne canore. La frazione, fino al 1976, era raggiungibile solo a piedi tramite quattro sentieri verso Sparone, Vasario, gli alti alpeggi e la frazione Verlucca. Ceresa custodisce anche i piloni votivi i Madunin risalenti al 1851 e al 1964 dedicati a chi tornò incolume dalla prima guerra di indipendenza e oggi la memoria si rinnova il 26 maggio del 2024 su iniziativa locale sono state posate lose incise con i nomi delle famiglie storiche apposte davanti alle abitazioni perché, come è stato sottolineato, La memoria è vita e riscatto. La dimenticanza invece è sciagura. A tenerla viva c'è il già citato Eraldo Ceresa che ogni giorno da Sparone parte per accudire gli animali da cortile e curare il paese: semplicemente la Memoria Storica vivente di questo borgo. Sempre a proposito di questo ancora affascinante borgo di Ceresa c'è una toccante poesia in patois che recita: “nòstra gent, misera, straca ma con el cheur content”. Consiglio a tutti, di cuore, un Cheur Content, di venire a fare lunghe passeggiate tra queste silenti meraviglie.

 

 Giovanni Ponzetti Giuàn dêl Düca