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6° Concorso Letterario Nazionale Amilcare Solferini 2023

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Mattonelle Inciampare nella  Cultura

Le Vie dei Poeti a San Giovanni Bianco

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L'albero di Natale

 

 

Novembre, mercoledì 18, correva l’anno 1945… in verità quella sera, correvano tutti gli anni passati, presenti e futuri, in cui l’uomo, chiamato “Potente”, perde ogni sorta di ragione e inventa la guerra, creando distruzione, disperazione e immensa sofferenza.                                                  Francesco, soldato  di una di queste assurde guerre, era in preda ad una tristezza struggente, il desiderio di casa lo consumava e... mancava così poco a Natale!                                                            Si sedette su di un dosso fuori dalla baracca del campo di prigionia, con la testa fra le mani.       Quando rialzò la testa, la luna era alta nel cielo, si mise a fissarla con insistenza, sapeva che la sua mamma ogni sera usciva sull’era a parlare con la luna. Lei  era convinta che la luna  vedesse quel figlio lontano, ogni sera le chiedeva di fargli sentire il suo amore e la grande speranza che tutta la sua famiglia aveva di vederlo tornare. Così tanta che, per sei lunghi anni la porta di casa venne lasciata accuratamente socchiusa, in modo che se fosse tornato di notte sarebbe potuto entrare.  L’ostinata insistenza con cui Francesco fissava la luna gli diede una visione surreale, egli vide in maniera nitida in ogni dettaglio la sagoma della sua contrada. Si convinse che il significato di quella visione altro non fosse che la forza della telepatia e dell’amore che lo univa alla sua mamma.         Si rialzò da terra per rientrare nella baracca, scendendo dal dosso inciampò in un ramo, cadde lungo e disteso per terra; per quanto avesse un buon carattere si indispettì, diede un calcio al ramo e incominciò a tirarlo con forza per farne legna da ardere. Quando lo estrasse completamente dal terreno, notò che il ramo aveva una bella forma, sembrava un albero.                                                  Pensò all’albero di Natale, a casa era sempre lui a decorarlo con grande passione, sebbene i ninnoli da appendere fossero molto semplici, sapeva metterli con buon  gusto, tanto da riuscire a dare all’albero un tocco di raffinatezza, mentre le sue sorelle lo guardavano felici ed estasiate.          Dalla tasca dei pantaloni consumati si ritrovò tra le dita l’etichetta, era bianca e lucida, la lisciò per bene e la appese all’albero su in alto e chiamò quel ninnolo Matteo come suo padre. Immediatamente lo sguardo si posò sul laccio di una delle sue scarpe, aveva la forma di una treccina, la tolse con cura per non sfilacciarla, la strinse tra le mani e la baciò, poi la appese in parte all’etichetta e la chiamò Caterina, come la sua mamma. L’albero era riuscito a rasserenarlo, anzi si sentiva carico, sicuro che quello sarebbe stato l’ultimo Natale lontano da casa.                                        Il mattino seguente, quando il tenente colonnello impartì gli ordini della giornata ai soldati prigionieri, la mente di Francesco si era staccata dal corpo, lavorava come fosse un automa, mentre scrutava tutto intorno cercando di individuare qualcosa da appendere al suo albero. Finalmente vicino ad un rigagnolo d’acqua trovò tre foglie secche con dei colori molto belli e caldi, soddisfatto se le mise in tasca velocemente. La sera le appese all’albero e a seconda della dimensione delle foglie le chiamò con i nomi delle sue sorelle maggiori: Angelina, Luigia, Agata. Anche il giorno dopo il suo primo pensiero fu l’albero, sapeva che ad accudire ai maiali quella mattina toccava a lui, era certo che sotto la quercia dove avrebbe portato i maiali a pascolare avrebbe trovato una ghianda doppia da appendere la sera. Infatti nella tarda mattinata trovò una ghianda bellissima di un colore giallo lucente, era doppia come la voleva lui, per la verità erano due attaccate insieme ma lui la chiamava doppia. Chiamò qesta bellissima ghianda doppia con il nome delle sue sorelle vicinissime di età: Marina e Marcella. I suoi compagni di prigionia incominciarono incuriositi ad osservarlo e, quando capirono il perché di tanto fervore, ne furono tutti coinvolti, d’altra parte erano tutti ragazzi con la stessa voglia di tornare a casa e un albero di Natale faceva dimenticare per un momento la tristezza. Cercavano di aiutare Francesco a terminare l’albero, gli chiedevano quanti pezzi mancavano, lui rispondeva che ne mancavano, ne mancavano. In un campo di prigionia era davvero difficile trovare qualcosa da appendere un po’carino ma ora erano in tanti a cercare, un ragazzo di Bari trovò un legnetto a forma di falcetto e felice glielo diede, così chiamarono quel legnetto: Bortolo, come suo fratello L’albero non era passato inosservato al tenente colonello ma in cuor suo provava una sorta di stima per Francesco, anche lui era lontano da casa e sentiva spesso la nostalgia opprimergli il cuore. Mentre alcuni ripulivano un magazzino di cartacce e imballaggi, in un cartone trovarono una cartolina con stampate due margherite, corsero felici a portarla a Francesco, insieme ritagliarono le margherite e le appesero all’albero chiamandole: Agnese e Caterina, come le sue sorelle più giovani. La sua famiglia era ora al completo, ma un compagno gli disse che mancava la stella sulla punta, Francesco abbassò la testa, non voleva che i compagni vedessero i suoi occhi colmi di lacrime, ma loro li avevano già visti; ad un certo punto uno si mise le mani in tasca ed estrasse un fazzoletto giallo, logoro e sgualcito ma giallo! Lo tirarono, lo modellarono, finché riuscirono a dargli la forma di una stella, La misero sulla punta e Francesco la chiamò: Giannina, come il suo amore. Ormai tutti amavano quell’albero, quindi invitò chiunque lo volesse a continuarlo ricordando le proprie famiglie. L’albero venne riempito fino all’inverosimile, lo portarono la vigilia di Natale sul dosso dove l’aveva trovato, la luna lo illuminava a giorno, era visibile fin dalle baracche più lontane. La luna nel cielo sembrava emanare calore come le carezze che solo le mamme sanno dare.  Il tenente colonnello al mattino arrivò al campo con una preziosa statuetta di Gesù Bambino, di fine porcellana con le fasce color d’argento e d’oro, la pose sotto l’albero e disse che nella notte era nata Fanny, la sua bambina.

Aprile 1946, tutti i soldati prigionieri di quel campo tornarono finalmente alle loro case, quando giunse la notizia che Francesco stava per tornare a casa tutta la contrada si apprestò ad andargli  incontro,  il passo davanti a tutti sicuro e veloce seppur non più giovane lo teneva Matteo, suo padre. Ma l’uomo chiamato “Potente”, padrone di distruzione, potrebbe non avere avuto la ricchezza di quell’amore della mamma e del papà che accuratamente per sei lunghi anni lasciarono la porta socchiusa.

 

Maria Teresa Zuccali

 

 Mattonella numero 319

 

 

 

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Momenti dell'inaugurazione della mattonella inciampare nella cultura svolta a San Giovanni Bianco, Domenica 14 Giugno 2026 .

Durante la manifestazione sono intervenuti in compagnia della scrittrice Maria Teresa Zuccali, L'attrice Viviana Magoni ,il ghitarrista Livio Boffelli e l'assessore Remo Veronese.

 

 

Geolocalizzazione Mattonella 

San Giovanni Bianco  n° 319

 

Bosco Vecchio Via Briolo Fuori 

San Giovanni Bianco 

 

 

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